L’era delle città sostenibili è già cominciata

In che modo i progetti di sviluppo delle città possono sposarsi con i più stringenti obiettivi di sostenibilità? Ne parliamo con Colin Koop, da New York a Milano, passando per il mondo.

18/12/2023

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Rivedi l’intervento di Colin Koop al COIMA Real Estate Forum XII

"Vedo le città del mondo attraverso gli occhi di un designer." Una prospettiva che permette di cogliere le opportunità uniche che ogni città si trova di fronte in un mondo contemporaneo sbilanciato in modi mai visti prima, anche a causa delle scelte urbanistiche e di pianificazione degli ultimi decenni. Colin Koop, Design Partner presso lo studio SOM (Skidmore, Owings & Merrill) di New York e ospite del XII COIMA Real Estate Forum, offre una prospettiva nuova e stimolante sul futuro delle città, che riflette una profonda comprensione dei cambiamenti globali e delle sfide urbane dei prossimi anni.

Colin Koop, Design Partner presso lo studio SOM – Skidmore, Owings & Merrill

Colin Koop, Design Partner presso lo studio SOM
– Skidmore,
Owings & Merrill



“La città del futuro”, ci racconta, “si deve allontanare da alcuni dei mantra che hanno guidato il recente passato, primo tra tutti quello della crescita continua”, perché gli agglomerati urbani della fine del ventesimo secolo evolvevano in modi imprevedibili, crescendo sempre di più a discapito dello spazio naturale. Oggi, questa aspettativa di crescita incessante non esiste più, né sul piano economico, come testimoniato dalle successive crisi attraversate nei primi decenni del Novecento, né su quello demografico, perché solo alcuni Paesi dell’Africa Centrale mantengono oggi un tasso positivo di crescita.

Il momento è dunque cruciale per imporre un cambiamento di rotta e un nuovo approccio al modo di costruire le nostre città. “Dal mio punto di vista le città non sono un problema, ma piuttosto la soluzione a molte delle difficoltà tipiche del mondo contemporaneo, a cominciare dalla riduzione della nostra impronta ecologica”. In questo contesto, il team di SOM ha identificato dieci caratteristiche che dovranno dare forma alle città del futuro.

“Il secolo scorso ci ha lasciato diversi modelli di città basati sull’idea dello sviluppo senza limiti. Modelli che però oggi mostrano le stesse linee di frattura: sono spesso città poco resilienti, non ancora pronte a gestire le conseguenze del cambiamento climatico; città nelle quali sono presenti sperequazioni e in cui le differenze tra le classi sociali tendono ad allargarsi anziché restringersi”. I tempi sono dunque maturi per un nuovo approccio urbanistico che crei città dinamiche, stratificate, radicate nel territorio e nella sua cultura, rigenerative e inclusive, capaci di offrire supporto ai propri cittadini in un contesto di incertezza sociale, che deve fare i conti anche con le conseguenze del cambiamento climatico.

La densità è complessità e ha un costo da affrontare

La densità è complessità e ha un costo da affrontare

Nell'approccio di Colin Koop due temi ricorrenti sono da una parte la densificazione delle città e dall’altra la loro umanizzazione. "Consolidare l'impronta umana in spazi più piccoli non è solo una sfida di design, ma anche un modo per preservare spazi per la natura e l'agricoltura”. Lo dimostrano alcuni dei dati presentati in occasione del Forum: "l'impronta di carbonio di un abitante di New York corrisponde a 14,2 acri per persona, mentre quella di un abitante della Virginia corrisponde a 24,6 acri: vivere in città è oggi il miglior contributo individuale che si può offrire alla lotta al cambiamento climatico”. Questo perché ogni città moderna può essere pianificata, organizzata e ottimizzata in modo che la footprint della propria popolazione totale sia inferiore alla somma di quella dei singoli cittadini.

“Le città contemporanee hanno bisogno di confini solidi e netti, crescendo in densità e non in dimensioni Anziché lavorare sulla crescita, è oggi necessario lavorare sugli equilibri e le armonie interne alle città, che si faranno più dense ma al tempo stesso più eque”. A questo proposito, Koop cita l'esempio di Detroit, che ha subito una trasformazione radicale tra il 1950 e il 2002, e di Toronto, che ha introdotto una "green belt" per limitare l'espansione territoriale intorno alla città.

Un concetto che evidenzia già in nuce uno dei cardini dell’approccio di Koop all’urbanistica: condividendo servizi e spazi, attraverso un approccio capace di dialogare con il contesto in cui si trovano le città, è possibile attuare politiche sostenibili che coinvolgano un numero molto più grande di persone.

“Questo è un altro dei bias che caratterizzavano l’urbanistica del Novecento: l’idea secondo la quale un progetto poteva essere sviluppato ovunque, a prescindere dalle caratteristiche del luogo in cui veniva sviluppato”. Ma ogni Paese e ogni regione hanno caratteristiche uniche che venivano ignorate e così città come Giacarta si sono sviluppate in modo incontrollato, trovandosi oggi in difficoltà perché incapaci di reggere le costanti inondazioni a cui sono sottoposte.

Porre limiti allo sviluppo urbano favorendo la densificazione delle città non è un processo indolore: la densità è complessità e ha un costo da affrontare. “Come progettista devi vedere le cose per strati, non puoi pensare di spostare o di togliere le cose, ci sono tanti piani. Ci sono città che si sono aggregate in migliaia di anni e altre che lo hanno fatto molto rapidamente e in tempi recenti”, aggiunge Koop.

Da dove partire, dunque, per fornire una risposta comune alle diverse esigenze della città? “Secondo noi, le città hanno bisogno di sezioni più profonde: devono svilupparsi in verticale e in profondità”. Con questa immagine di città a strati, Koop enfatizza dunque l'importanza di spostare a livelli più profondi i servizi come i trasporti, il riscaldamento (sfruttando l’energia geotermica), la raccolta di acque e la conservazione dell’energia. “Mettiamo uno sopra l’altro sezioni alte come Manhattan. Una chiesa come St. Patrick, nel centro della Grande Mela, potrebbe diventare carbon neutral se i suoi servizi partissero 600 metri nel sottosuolo. Per essere a emissioni zero gli edifici devono svilupparsi in basso molto più di quanto si sviluppano in alto”.

“Le città devono insistere sul design: c’è bisogno di un approccio modulare, flessibile e, se necessario, smontabile, e inoltre devono interrogarsi sugli spazi presenti al loro interno che oggi sono poco utilizzati o sfruttati male. Per fare un esempio relativo alla città di Milano basti pensare agli ex scali ferroviari, che diventeranno fulcri della città di domani”. È in questo senso che il futuro delle città è quindi anche dinamico: i cambiamenti e le trasformazioni sono necessarie per adattarsi a stili di vita e nuove necessità. In questo modo, potremmo ridurre anche la nostra impronta di carbonio: non solo la CO2 tornerebbe a livelli gestibili, ma non toglieremmo più spazio ad altre specie, riducendo i luoghi nei quali incidiamo come esseri umani.

“Quando pensiamo alle città, dobbiamo adottare un approccio rigenerativo, concentrandoci sulla progettazione di strutture basate sulle energie rinnovabili, che oggi sono più economiche che mai. Dobbiamo immaginare i palazzi come luoghi capaci di generare e immagazzinare l’energia, utilizzando nuove infrastrutture su misura per le città”, afferma Koop che, tra le diverse iniziative possibili, cita ad esempio la possibilità di offrire “spazi per l’open farming, creando luoghi verdi e naturali intorno, sopra e in mezzo agli edifici. Esistono oggi tecniche per creare micro-foreste capaci di crescere dieci volte più rapidamente rispetto alle classiche tecniche di piantagione, e in grado, dunque, di catturare la CO2 in tempi più rapidi. Collocarle nei centri urbani sarà molto importante per la qualità dell’aria delle nostre città”.

Da un punto di vista demografico, Colin Koop rileva un’altra caratteristica delle città del futuro: “il loro modello si sta già sviluppando in quell’area situata tra Cina, sud est asiatico e India, in cui vivono più persone che in tutto il resto del pianeta. Abbiamo fatto l’esempio di Giacarta: in Indonesia le autorità, una volta riconosciute le difficoltà della città a gestire la popolazione e il cambiamento climatico, hanno preso la decisione di costruire nuove città intorno a quella esistente, in zone più facilmente gestibili e dotate di maggior resilienza agli eventi estremi”.

Ecco, quindi, che il concetto di resilienza si stratifica a sua volta, acquisendo nuovi e più complessi significati: “La resilienza è un valore ad ampio raggio, che si radica nella capacità delle città e di coloro che le progettano di rafforzare il legame tra di esse, i loro abitanti e i loro ospiti”. Una città inclusiva, come sottolineato da Koop, è un luogo che si reinventa costantemente per adattarsi alle esigenze di tutti i suoi residenti. La progettazione urbana deve pertanto tener conto dell'accessibilità, delle opportunità educative e deve essere in grado di garantire spazi pubblici per tutti. Questo richiede una pianificazione che tenga conto delle caratteristiche locali, dei rischi e delle opportunità di ciascuna città, specialmente in contesti di cambiamento climatico e migrazioni.

Questa considerazione si lega, infine, a un ultimo aspetto della riflessione di Koop: “l’architettura di domani è radicata in un territorio. Nel Novecento si riteneva che una soluzione architettonica potesse essere applicata ovunque, a prescindere dal luogo in cui ci si trovava. Un’idea che ha dimostrato tutta la sua debolezza, perché una pianificazione urbana che non dialoga con la cultura, con le esigenze del luogo e con il clima è destinata a fallire e a richiedere nuovi interventi riparatori in futuro”.

Su questo aspetto Koop aggiunge: “ritengo sia cruciale fare leva sulle tradizioni locali. A Bangalore, città famosa per l’utilizzo del bamboo nelle costruzioni, abbiamo edificato un aeroporto i cui spazi interni sono sostenuti e separati proprio utilizzando questa pianta come materiale da costruzione. Credo che l’utilizzo del legno rappresenti bene questo concetto di ‘ritorno alle origini’, perché ovunque è stato il primo materiale per l’edificazione delle città”.

In questo modo si rende anche una città ad alta densità più umana e più accogliente per coloro che vi abitano: una visione del futuro che richiede spazi interconnessi, trasporti sostenibili, uguaglianza, opportunità educative e spazi pubblici per tutti non più reclamati da infrastrutture ingombranti e ormai inutili.

Perché "per definirsi inclusiva, una città non deve tornare sui suoi passi, ma essere in grado di reinventare se stessa e i suoi abitanti, dialogando con loro in base a un’idea condivisa di ciò che vogliono, con l’obiettivo di creare ambienti urbani sostenibili, resilienti e umani”.

Nell'approccio di Colin Koop due temi ricorrenti sono da una parte la densificazione delle città e dall’altra la loro umanizzazione. Consolidare l'impronta umana in spazi più piccoli non è solo una sfida di design, ma anche un modo per preservare spazi per la natura e l'agricoltura

Le città contemporanee hanno bisogno di confini solidi e netti, crescendo in densità e non in dimensioni. Anziché lavorare sulla crescita, è oggi necessario lavorare sugli equilibri e le armonie interne alle città, che si faranno più dense ma al tempo stesso più eque

Quando pensiamo alle città, dobbiamo adottare un approccio rigenerativo, concentrandoci sulla progettazione di strutture basate sulle energie rinnovabili, che oggi sono più economiche che mai. Dobbiamo immaginare i palazzi come luoghi capaci di generare e immagazzinare l’energia, utilizzando nuove infrastrutture su misura per le città